top of page

“Dai vieni qui, che usciamo”.

Usciamo, nessuna parola riusciva a scatenare una simile felicità in Oliver, come questa.

Una rincorsa con frenata in derapata, la coda che spolvera il pavimento per trovarsi davanti alla sua padrona, pronto per ricevere il collare.

Oliver, un Bovaro di circa 38 kg, dal pelo abbondante nero chiazzato marrone, era sempre pronto ad andare in giro col suo amato padrone.

Si erano conosciuti due anni prima in un canile, con Roberto che lo aveva preso per fare una sorpresa a sua moglie, anzi ex, poiché nel tempo, si erano separati.

Ora Roberto viveva con un’altra donna che, non amava particolarmente i cani. Suo malgrado aveva provato a darlo alla ex moglie, ma la condizione lavorativa di lei non le permetteva di tenerlo.

Oliver saltò nel bagagliaio felice, sicuro che andassero nella campagna poco distante, dove di solito si rotolava, correva a perdifiato e ogni tanto si lanciava nel laghetto.

Adorava tuffarsi in acqua e nuotare, soprattutto se il suo amico umano gli lanciava un bastone in mezzo al lago. 

Era una delle sue prove preferite.

Finalmente l’auto si fermò, e Sofia lo fece scendere. 

Oliver si guardò in giro. Non conosceva quel posto, ma annusando l’aria, percepiva gli odori dell’erba. Insomma, bene, un nuovo ambiente da scoprire, da annusare e sul quale correre. 

“Magari trovo anche un laghetto”, iniziò a pensare nella sua testolina a cui si aggiunse poco dopo, “ecco un ramo che mi piace”, lo prese e lo portò dritto sui piedi di Sofia, guardandola felice, in attesa del lancio.

Fu un tiro molto potente.

“Caspita quanto è lontano” pensò Oliver mentre correva con tutta la sua incredibile energia.

“Ti ho preso” abbaiò azzannandolo con vigore, un attimo per riprendere fiato e...

La macchina si stava allontanando lungo il sentiero.

“Wow” pensò Oliver “un nuovo gioco”.

Prese il bastone appena catturato e corse in tutta fretta verso la macchina che procedeva spedita, “uff, uff ti prendo tanto” pensava tra sé, mentre ansimante correva senza mollare dietro a Sofia, che aveva inventato un nuovo gioco.

Dovette fermarsi, non aveva più forza, né ossigeno. 

Doveva riprendere fiato.

“Tanto ti prendo, dove vai, fammi solo recuperare e ti raggiungo” pensò.

Si sedette lasciando davanti a sé il bastone che tanto amava, ansimante ma felice.

Sofia, già in autostrada, stava tornando verso il suo appartamento, quello che fino a un’ora prima era la casa di Oliver, ma che adesso, finalmente, era la casa di lei e Roberto.

Avrebbe raccontato qualcosa, che era scappato, che sarebbe prima o poi tornato, insomma era certa che col tempo le domande avrebbero perso di forza.

 

Oliver, disteso su un fianco all’ombra di un castagno, respirava ormai tranquillamente. Un po’ d’indolenzimento ai muscoli delle zampe; insomma, ne aveva fatto un gran uso fino a poco prima. Era comunque pronto per riprendere a giocare. Annusando l’aria cercava di individuare la direzione giusta da seguire.

“Da che parte ti sei nascosta” pensava annusando l’aria.

Si sollevò e dopo una generosa sgrullata afferrò il bastone e si diresse verso il sentiero avanti a lui; ricordava che Sofia, con la macchina, era andata da quella parte.

Camminava allegramente, con il suo trofeo, annusando ogni tanto l’aria a conferma della direzione, fino a un punto in cui, smise di trovare tracce intorno.

“Si sarà nascosta, come fa ogni tanto per giocare” pensò, decise di mettersi in paziente attesa. 

Talvolta la coda partiva veloce a destra e sinistra al solo pensiero di quanto avrebbe gioito vedendola arrivare scoprendo il suo nascondiglio.

 

Sofia, rientrata in casa, armeggiava in cucina. Poche ore e Roberto sarebbe tornato. Si stava preparando, per dirgli che Oliver era scappato. 

Prese il cellulare dalla borsa; “Ciao amore” rispose Roberto, “tutto bene?”

“Ciao, senti, non so come dirtelo ma Oliver è scappato”.

“Come scappato!” Esclamò Roberto in uno stato immediato di ansia.

“Lo avevo portato al prato qui dietro casa e d’improvviso ha preso a correre, non so da che parte, non mi ubbidiva più. L’ho cercato per un’ora almeno. Mi spiace, non so dove sia”.

Roberto, aveva già chiuso la comunicazione, corse in auto per raggiungere il parco dietro casa. Il suo ufficio distava pochi km, ci sarebbe arrivato in un attimo e soprattutto prima che facesse buio.

Oliver continuava a camminare, forse girando quasi in tondo, non aveva idea di dove fosse e cominciava a sentire sete. 

Del resto, aveva corso come un forsennato. Per non parlare della fame, ma quella non gli mancava mai. Decise di riposarsi, forse anche per riordinare le idee. Non era possibile che si fossero dimenticati di lui, impensabile. 

Amava ambedue i suoi padroni, li riempiva di coccole quando tornavano a casa, e la sera, sul divano, si sedeva vicino a loro per dargli tutto il suo affetto. 

No, non era possibile si fossero dimenticati.

Roberto rincasò a notte fonda.

Stanco, gli occhi gonfi di lacrime. Era un misto tra rabbia e sgomento.

Sofia cercava di tranquillizzarlo “dai vedrai che domani lo troviamo davanti alla porta, non si dice sempre che i cani trovano la strada di casa? Insomma, conosce perfettamente la via per il parco, ci siamo andati mille volte”.

 

Si era addormentato, era stanco, Oliver, accucciato sotto un albero, al riparo ma impaurito. Non aveva mai visto quel buio, quel nero intorno, e poi il freddo, la fame la sete.

Ogni tanto apriva un occhio certo di risvegliarsi da un brutto sogno ma nulla, tutto intorno solamente il nero profondo.

Fece un piano per la mattina dopo. 

Dopo essersi ben riposato, si sarebbe messo a cercare meglio le tracce per ritrovare la sua Sofia. 

“Insomma, sei o non sei un cane con il miglior fiuto di tutti” si disse.

Finalmente l’alba.

Roberto non chiuse occhio pensando al povero Oliver. Non riusciva a scacciare i pensieri più terribili; lo immaginava solo sperduto e affamato, o che girava in mezzo alla strada dove sfrecciavano le auto. Era troppo per lui, si vestì e uscì per andarlo nuovamente a cercare.

Vagando per il bosco, ormai già da un pezzo, il peloso arrivò a un piccolo ruscello. Fu talmente felice, che dopo aver bevuto ci saltò dentro.

“Ahh, ci voleva proprio questa bevuta e questo bagnetto, ora sì che posso iniziare a cercare la strada di casa” pensò.

Sofia faceva di tutto per supportare il suo compagno, il cui morale era decisamente a terra. Andava al lavoro senza quasi saper cosa fare, tanto che prese un paio di giorni di ferie. Non riusciva proprio, in quel momento a pensare al lavoro.

Sofia gli regalava tutto l’affetto che poteva; gli preparava i piatti che adorava, sperando che questo smuovesse un filo l’appetito di Roberto, ma senza successo.

Talvolta ripensava a ciò che aveva fatto. Si era pentita, non immaginava che si potesse amare un cane fino a quel punto.

Sentiva in lei il senso di colpa salire sempre più, tanto che cominciò a pensare di prendere l’auto e senza dire nulla andare in quel bosco dove aveva lasciato Oliver il giorno prima.

Era anche terrorizzata da quello che sarebbe potuto accadere, se Roberto lo avesse saputo.

Oliver, sempre più affamato, aveva per lo meno calmato la sete. Si era messo di gran lena in cammino verso una direzione che, attraverso gli odori che percepiva, gli sembrava corretta per suo obiettivo. 

Ogni tanto si riposava.

Mollava in terra il suo trofeo, faceva i suoi bisogni, per poi riprendere il bastone tra i denti e proseguire nella sua ricerca.

Più avanzava, più la direzione gli sembrava quella giusta.

“Cosa è tutto questo rumore” pensò uscendo dal bosco e vedendo sfrecciare le auto sulla strada.

Rientrò immediatamente tra le fronde quel tanto per sentirsi al sicuro. Accucciato, quasi appiattito, si mise a osservare le auto che passavano veloci e, probabilmente, a immaginare una strategia per proseguire il suo cammino. 

Ogni tanto annusava l’aria e, benché non sentisse proprio la strada di casa, sentiva qualcosa che lo spingeva in una direzione. 

Con questi pensieri Oliver si appisolò.

Roberto era rientrato dopo un altro giorno di ricerche, in zone dove in effetti non andava mai con Oliver ma a questo punto non sapeva più cosa pensare.

Buttato sul divano, lo sguardo vuoto, stava cominciando a convincersi che non era più il caso di proseguire nelle ricerche. Forse un giorno sarebbe tornato, chissà benché non ne fosse affatto convinto.

Sofia rientrò mezz’ora dopo.

“Ciao, dove sei stata” chiese Roberto, cercando di riprendere una vita sociale.

Lei lo guardò, il suo sguardo non riusciva a nascondere il profondo senso di tristezza che ormai, anche lei, provava.

“Sono stata in giro a vedere se trovavo Oliver. Mi spiace, ma nulla”.

Si accomodò sul divano e si tennero per mano guardando ognuno assorto nei propri pensieri.

 

Si era fatta nuovamente notte, il rumore delle auto era decisamente calato e Oliver decise che fosse il momento giusto per uscire. 

Fame e sete cominciavano a rifarsi sentire, maledette!

Uno sguardo sui lati, tutto bene. Una sgrullata, il bastone fra i denti e via, a destra verso quella direzione che, sentiva in cuor suo, esser giusta.

Cercava di mantenere la calma, Oliver, nonostante ogni tanto gli scappasse un guaito di tristezza. 

“Dove siete” pensava, “perché non vi trovo”.

Ma lui era un cucciolone forte, di animo buono, sempre allegro e non aveva nessuna intenzione di perdere quelle sue qualità. Si sentiva bene quando scodinzolava, anzi, per mantenersi allegro ondeggiava la coda anche mentre camminava.

Lungo la strada si bloccò di scatto. Annusò l’aria, c’erano odori strani e la cosa proprio non gli piaceva. Decise di rintanarsi ancora tra gli alberi in attesa di capire.

“Mmmh questo proprio non ci voleva” pensò individuando la fonte della sua preoccupazione.

 

“Ti devo parlare” esordì dal nulla Sofia “dovo dirti una cosa che non ti farà piacere, ma non posso continuare a tenermela dentro”.

“Scusa Sofia” rispose Roberto “qualsiasi cosa sia, non te ne avere a male, ma ora non è il momento, la mia testa già bella piena di pensieri, non ti ci mettere anche tu”. 

Si alzò e si diresse in terrazzo per fumare. 

Lui che forse ne fumava una al mese, era già arrivato alla sesta sigaretta della giornata.

Sofia rimase seduta, interdetta; non era il momento, o forse era giusto non dirgli nulla. Aveva paura, una paura tremenda perché sapeva ciò che aveva fatto. Si sentiva cattiva, una brutta persona ma non trovava una soluzione. 

Se solo fosse potuta tornare indietro...

 

Erano in tre, sporchi, con il pelo arruffato, e, soprattutto, sembravano molto arrabbiati. 

Mostravano minacciosi i denti, e Oliver, che non aveva mai combattuto, ma sempre e solo giocato, sentiva il cuore battere all’impazzata, era in preda al terrore.

Si guardava intorno alla ricerca di una via di fuga. 

​

Fermati.

Adesso, prima di proseguire...ascolta la colonna sonora del racconto.​

​

​

​

​

​

​

​

​

​​

L’autostrada era l’unica opzione, ma c’era una rete ed era troppo alta; forse doveva scappare e tornare indietro, magari in mezzo al bosco, si sarebbe nascosto.

Il ringhio di quello che sembrava il capo branco gli arrivava dritto nel cuore, aumentando i battiti all’impazzata. Neanche nelle sue corse più folli lo aveva mai sentito battere così potente.

Il capo si avvicinava lentamente, lo sguardo fisso su Oliver; la testa bassa e allungata, sembrava studiare ogni passo che faceva e lo stesso respiro di Oliver.

Lui, con le sopracciglia in alto lo sguardo di terrore, era fermo in piedi, il suo trofeo in terra di fronte a lui.

In quel momento avvenne qualcosa.

 

“Scusa, sono stato pessimo, non volevo” disse Roberto rientrando in salone, “cosa volevi dirmi amore”. 

“Nulla d’importante, hai ragione, scusami te. Vuoi del vino?” Rispose Sofia, nonostante ormai si sentisse più angosciata di Roberto.

 

Oliver sentì salire in lui una strana energia, una forza che non sapeva neanche di avere. Il suo cuore rallentò, erano diventati dei battiti più lenti ma forti, violenti, ritmati, che spingevano una massa enorme di sangue e adrenalina nelle vene. Le pupille si restrinsero a focalizzare meglio il suo obiettivo. Sentiva i muscoli tirarsi pronti allo scatto, si ritrovò ad alzare le labbra e, per la prima volta in vita sua, ringhiava e mostrava i denti. Era palesemente spaventato dal suo stesso ringhio.

Non era lui, non poteva essere. Non aveva mai visto prima quell’Oliver.

Con la coda irrigidita a coprire le parti intime, mosse un primo passo abbassando la testa e inchiodando i suoi occhi in quelli dell’avversario.

Si avvicinava lentamente, un passo dopo l’altro, emettendo un ringhio cupo, profondo, più spaventoso della notte. Le sue zanne sembravano quasi più lunghe del solito. Percepì il pelo drizzarsi, aumentando la sua stazza, già di per sé  importante. Un passo lento, un altro verso il suo avversario, che continuava a ringhiare. Oliver aveva deciso dove attaccare, individuato il punto da mordere, non aveva dubbi, era pronto.

 

“Cerca di rilassarti, amore, domani andiamo insieme a cercarlo” disse amorevole Sofia, inghiottendo il senso di colpa.

“Sai” rispose Roberto, “temo che dovrò rassegnarmi e sperare solo che torni presto, che non gli accada nulla. Non saprei veramente dove cercarlo ancora. Ho tappezzato la zona di avvisi, ho usato tutti i nostri social; cos’altro potrei fare”.

Cenarono tardi, in silenzio, assorti in pensieri accomunati, benché in maniera diversa, e andarono a letto.

 

I due contendenti erano ormai a pochi passi l’uno dall’altro. Il capobranco mostrava tutta la sua fierezza, sorretto anche dai due balivi dietro, benché non ancora pronti all’attacco. 

Lui sì, il capobranco lo era. 

Nonostante apparisse denutrito si intravedevano i muscoli tirati e pronti.

Un passo, ancora uno. La distanza tra i due era di meno di un metro.

Oliver, c’era con tutto se stesso, era lì e lentamente, quasi in modo impercettibile aveva posizionato le zampe posteriori per migliorare il suo attacco. 

Non si sarebbe difeso, no, avrebbe attaccato lui per primo. Adesso la distanza calcolata era quella giusta.

Un balzo in avanti, affinché il suo avversario facesse lo stesso per contrattaccare, spostarsi immediatamente sul lato destro cosicché il capobranco si sarebbe trovato, a causa del balzo conseguente, più avanzato rispetto alla posizione assunta da Oliver, girata e presa sul collo nella parte superiore, per metterlo a terra sfruttando non solo il dolore del morso ma tutto il suo peso.

Oliver c’era, non avrebbe mai voluto ma c’era.

Tre, due... il capobranco smise di ringhiare, si fermò nella sua posizione abbassando indietro le orecchie. Il suo sguardo era cambiato; era uno sguardo, ora, di timore, aveva paura; temeva quel cucciolone tenero e giocoso che aveva davanti dal quale, inconsapevolmente, aveva fatto uscire un combattente, un Oliver da temere e rispettare.

Ciò che hanno di bello, gli animali, è che non sprecano energie inutilmente o per orgoglio. Sanno quando è il caso di rinunciare.

Il balivo si girò verso i suoi due compagni di ventura, con le orecchie rivolte all’indietro, per tornare tutti da dove erano venuti. 

“Uff me la sono vista brutta” pensò Oliver sedendosi. 

Lentamente la sua respirazione tornava più regolare, il flusso sanguigno rallentava verso una normalità. 

Cinque minuti dopo, era tornato Oliver il cucciolone. Il suo bastone tra i denti, pronto a riprendere il cammino verso casa.

La sveglia suonò alle cinque. 

Sofia e Roberto avevano deciso di provare a cercarlo in un bosco dove un paio di volte lei lo aveva portato. Sapeva che stava mentendo al suo uomo, ma era l’unico modo per portarlo in quel posto. Sperava con tutto il cuore di trovarlo vivo e vegeto e si sarebbe fatta perdonare, per lo meno da Oliver. 

“Ma com’è possibile che sia arrivato da queste parti” chiese Roberto mentre guidava.

“Avrebbe dovuto attraversare l’autostrada, ma sei sicura?” Nonostante avesse forti dubbi, volle seguire Sofia, dopo tanti tentativi inutili intorno a casa, ormai tutto poteva valer la pena.

Oliver vagò per giorni, riposando ogni tanto.

Aveva acquisito una maggior sicurezza di sé stesso, forse grazie anche all’incontro con il piccolo branco. 

Era quasi in città, la riconosceva, era la sua città; ne percepiva l’odore.

Ogni tanto si procurava una carezza qua e là, non era un cane che faceva paura, per lo meno non a tutti.

Certo, il suo aspetto sporco, arruffato, magro non era di quelli proprio rassicuranti, ma incuteva tenerezza, più che timore. Si era nutrito rovistando nei cassonetti, e aveva bevuto nelle pozzanghere lungo la strada.

Arrivato a un incrocio, si sedette mollando il suo ormai fido bastone, per annusare l’aria, prima a destra poi a sinistra.

Era stanco, non aveva mai camminato così tanto. Prese a sinistra, certo che il suo fiuto non lo tradisse.

Roberto era tornato al lavoro; non poteva assentarsi oltre, ne andava del suo futuro. Non tutti possono comprendere il dramma che si vive quando si smarrisce il proprio cane, il proprio amico. 

Non tutti, ma alcuni possono imparare. 

Era quello che stava accadendo a Sofia. 

Lei che non amava i cani stava male, malissimo, non solo per quello che aveva fatto e che teneva dentro, pensava al destino del povero Oliver, abituato agli umani, sempre allego, giocoso, ora solo da qualche parte al buio, al freddo. “Oddio come si sarà nutrito”.

Si sarebbe quasi uccisa tanto era il dolore e la colpa che sentiva.

Con andatura lenta Oliver percorreva la via che aveva preso, restando sempre sul marciapiede, come gli aveva insegnato Roberto. Improvvisamente si sedette. 

Mollato il bastone, annusò in aria e la coda, quasi avesse vita propria, cominciò a muoversi prima lentamente, poi sempre più agitata.

Destra sinistra, destra sinistra.

Prese il bastone tra i denti e corse, per quanto potesse ancora farlo.

Attraversò la strada senza neanche farci caso, continuando la sua corsa fino a metà della via, per poi infilarsi in un portone. A perdifiato, salì due rampe di scale, poi, passo dopo passo giunse a una porta chiusa, lasciando cadere il bastone si sistemò sul tappetino, sopra la scritta “benvenuto”.

 

Sorrideva Oliver, il cuore batteva forte, ma di felicità, aprì un occhio, guardando la porta...

“Io l’ho riportato il trofeo, però non lo facciamo più questo gioco!” 

Si addormentò felice. 

bottom of page